Ricerca canadese su 150 studenti di sei anni: le note più utili del teatro di PAOLA MARIANO ROMA - Solfeggio, canto o la classica chitarra: lo studio della musica potrebbe avere un “effetto magico” sul cervello dei bambini e dei ragazzi, stimolando l’intelligenza in tutti i campi. Lo sostiene un team di ricercatori dell'università di Toronto, in Canada, guidati da Glenn Schellenberg. In uno studio hanno dimostrato che lo studio della musica aguzza l'ingegno inducendo lo svilup-po intellettivo. La loro ricerca, durata un anno, ha coinvolto quasi centocinquanta bambi-ni di sei anni. Schellenberg ha spiegato sulla rivista scientifica Psychological Science, di aver recluta-to per il suo esperimento un gruppo di bimbi, in tutto 144, e di averli divisi in quattro gruppi. A due gruppi sono sta-te proposte per un anno lezioni di musica con due diversi criteri di insegnamento (in buona sostanza: pianoforte e bel can-to). All'altro gruppo lezioni di teatro o nessuna lezione. I bim-bi erano stati scelti tramite un'inserzione su un quotidia-no locale e l'unico requisito richiesto era quello dell'età. Questo per evitare che i risulta-ti venissero influenzati da dif-ferenze sociali e, quindi, dal peso diverso dato allo studio dalle rispettive famiglie. Alla fine del reclutamento sono stati portati al prestigioso;Royal Conservatory of Music di Toronto e divisi in classi da sei alunni ciascuna. A tutti, un anno di lezioni non musicali. Prima e dopo, i ricercatori hanno misurato il quoziente intellettivo (QI) dei bambini con moltissimi test. Risultato: il QI è cresciuto in tutti i bambini. Un effetto del primo anno scolastico che comunque tutti hanno seguito nei 12 mesi di durata dell'esperimento. Ma tra coloro che hanno studiato musica il QI è cresciuto di più, mostrando un maggiore sviluppo intellettivo a 360 gradi, cioè su diversi piani dell'apprendimento e senza nessuna differenza relativamente allo stile di insegnamento dei docenti. In particolare, tra coloro che hanno seguito le lezioni di piano il QI è salito da una media di 102,6 a 108,7, tra coloro che avevano preso lezioni di bel canto, da 103,8 a 111,4. Un aumento comparabile del QI non si è invece verificato nei bimbi che non avevano preso lezioni di musica, indistintamente nei due gruppi. Insomma, il QI è salito un po’, ma non in maniera così evidente come negli altri due gruppi: da 102,6 a 107,7 per il gruppo del teatro e da 99,4 a 103,3 per chi non ha preso nessun lezione particolare. Segno questo, ha sostenuto Schellenberg, che le lezioni di teatro hanno una valenza uguale a quella di chi non segue nessuna lezione particolare in quanto a capacità di stimolare l'intelligenza e che, quindi, non è la lezione extra-scolastica in sé a fare effetto sui piccoli ma proprio lo studio della musica. Il teatro dal canto suo, ha fatto notare il ricercatore, ha un effetto che la musica non ha, come dimostrato in altri test: aumenta l'inclinazione all'adattamento al contesto sociale dei piccoli. Qual è il trucco nascosto fra le righe del pentagramma? Le lezioni di musica richiedono lunghi periodi di attenzione mirata, pratica quotidiana, lettura delle note, memorizzazione di lunghi passaggi musicali, l'apprendimento di molte strutture musicali quali scale, intervalli, accordi. Una combinazione di esperienze che può avere un impatto positivo sull'apprendimento, particolarmente nell'infanzia quando lo sviluppo del cervello è fortemente plastico e sensibile all'influenza dell'ambiente. Insomma, ha aggiunto Schellenberg, lo studio della musica crea un “effetto transfer”, cioè permette di trasferire le abilità di apprendimento sviluppate agli altri campi del sapere o più in generale al ragionamento critico e all'intuizione.